Breve biografia

Palmiro Togliatti nacque a Genova nel 1893 in una famiglia piccolo borghese e frequentò studi regolari ed approfonditi tanto a livello liceale, quanto a livello universitario conseguendo una laurea in giurisprudenza.
Fin da giovane espresse la propria simpatia per il movimento operaio socialista e, probabilmente, si iscrisse al PSI nel 1914 per uscirne l’anno successivo per una diversa valutazione data a riguardo della Grande Guerra.
La maggioranza dei socialisti italiani era contraria al conflitto, invece il giovane Togliatti si avvicinò alla minoranza irredentista riconducibile a Salvemini e Bissolati le cui posizioni, dette “Interventismo democratico”, vedevano nel conflitto la IV guerra d’Indipendenza, ossia l’opportunità di completare l’operazione unitaria risorgimentale inglobando nel Regno d’Italia i territori irredenti di Trento e Trieste, dell’Istria e della Dalmazia.
Tali posizioni furono sposate anche da un altro giovane socialista il cui percorso politico si incrocerà presto con quello di Togliatti: Antonio Gramsci.
Terminato il conflitto Togliatti rientra nelle file del Partito Socialista e va ad operare nell’ala più a sinistra e meno propensa al compromesso.
Del vecchio PSI riformista di Turati e Treves, Togliatti condanna l’arrendevolezza di fronte al nascente movimento fascista.
Togliatti si avvicina al gruppo torinese di “Ordine Nuovo” il cui fondatore fu Antonio Gtramsci e, al congresso del PSI di Livorno del 1921, fonda, con lo stesso Gramsci, Angelo Tasca, Umberto Terraccini, Camilla Ravera ed Amadeo Bordiga il Partito Comunista d’Italia sposando le tesi leniniste che avevano ispirato la Rivoluzione d’Ottobre del 1917.
Nel 1927 Togliatti assume la segreteria del partito che manterrà fino all’anno della sua morte, il 1964 per un totale di 36 anni.
Il nuovo partito si pone l’obiettivo di avere un rapporto diretto con gli intellettuali anche di diversa fede politica, in tale ottica va interpretato il rapporto esistente tra Gobetti e Gramsci.
Importante è, anche, il ruolo dei giovani che devono essere inseriti e coinvolti nella politica militante attiva; il partito si poneva l’obiettivo primario di strutturarsi e radicarsi nel territorio in modo da organizzare al meglio i militanti ed i simpatizzanti.
Il PCd’I, come tutti gli altri partiti democratici, venne messo al bando durante il ventennio fascista ed i suoi leader vennero incarcerati o furono costretti all’esilio: Togliatti fuggì in Unione Sovietica dove visse in prima persona, e con molte omissioni, gli anni del terrore e delle tremende purghe staliniane.
Dopo il 25 luglio 1943 Togliatti rientra in Italia e pone fine alla questione istituzionale impegnando al massimo il partito, che nel frattempo ha assunto la dizione di Partito Comunista Italiano, nella lotta al nazifascismo e per la ricostruzione del Paese dopo la tragedia del fascismo e della guerra.
L’interpretazione che diede del fenomeno fascista fu basato sulla rielaborazione delle tesi gramsciane: il fascismo è visto come il prodotto della crisi della borghesia italiana, una borghesia che non si è evoluta, che non ha avuto una maturazione democratica e preferisce il corporativismo e la violenza alla libertà ed alla lotta politica.
L’impronta che nel II dopoguerra Togliatti diede al partito fu la realizzazione di una struttura di massa, integrata nella società e pronta al dialogo con tutte le classi sociali e con tutte le altre forze politiche.
Togliatti si poneva l’obiettivo del dialogo e della collaborazione non solo con le altre forze della sinistra, ma anche con il partito di massa cattolico, la Democrazia Cristiana.
Nel secondo governo Badoglio Togliatti diviene Ministro di Grazia e Giustizia e promulga la famosa amnistia nei confronti degli ex fascisti, il primo passo verso il dialogo e l’auspicato accordo con i ceti medi che erano stati la base sociale e politica del fascismo.
Il partito voluto da Togliatti è il tipico partito di massa in grado di metabolizzare ed interpretare le richieste e le esigenze del corpo sociale e del corpo elettorale e di trasformarle in soluzioni legislative e normative: dopo la rottura dell’unità antifascista della primavera del 1947 quel partito non tornerà più al governo.
Il rapporto con gli intellettuali fu proseguito nell’ottica gramsciana e, nonostante le rotture con Vittorini e Calvino, segnò il predominio della sinistra e dei comunisti nell’ambito della cultura, anche per il disinteresse dei conservatori in tale campo.
Togliatti fu prima di tutto un fine intellettuale, uomo di formazione umanistica ed illuminista che aveva saputo conciliare la propria struttura culturale prettamente crociana con la lezione marxista nell’interpretazione di Lenin e di Marx.
La cultura per le masse e la loro formazione fu d primaria importanza.
Togliatti è stato accusato da più parti di Stalinismo. Sembra opportuno analizzare brevemente tale problematica.
Nel II dopoguerra la figura di Stalin era oggetto di venerazione e di rispetto da parte di tutto il movimento comunista internazionale se non altro per il grande sforzo prodotto dai russi nella lotta contro il nazifascismo: venti milioni di soldati dell’Armata Rossa e di civili sovietici caddero per impedire la vittoria delle truppe di Hitler e di Mussolini.
Premesso ciò non si può non capire l’impossibilità di Togliatti di condannare Stalin e lo stalinismo nemmeno alla luce della denuncia di Krusciov al ventesimo congresso del PCUS dopo la morte del dittatore georgiano e l’invasione sovietica dell’Ungheria (1956); però dopo tali eventi iniziò nel PCI un lento periodo di destalinizzazione.
La fine dell’unità antifascista, la scissione di Palazzo Barberini e la disfatta elettorale del 18 aprile 1948 segnarono la fine di ogni speranza dei comunisti italiani, ma anche di Nenni, di tenere l’Italia fuori dalla guerra fredda: la “cortina di ferro” scendeva anche sullo stivale ed al partito di Togliatti la storia riservava il ruolo di opposizione che il leader comunista seppe esercitare in maniera equilibrata e non estremista pensando maggiormente al bene comune che a faziosi interessi di parte.
La fedeltà togliattiana per il sistema democratico italiano che aveva contribuito a realizzare si vide nell’estate del 1948 dopo l’attentato da parte di Pallante: il segretario comunista volle evitare ogni tragica involuzione rivoluzionaria che avrebbe soltanto avvelenato gli animi scatenando una nuova guerra civile; aveva capito che a Jalta l’Italia era stata assegnata alla sfera di influenza occidentale e che tali decisione era irreversibile.
Questo atteggiamento togliattiano per alcuni fu doppiezza, per altri profondo senso dello stato.
Per tutti deve valere quanto detto dallo stesso Togliatti fin dai tempi della Costituente: “Mettetevi in testa che questo non è un Parlamento borghese che i deputati proletari devono combattere. Questo è un Parlamento conquistato con il sangue di tutti, in primo luogo da noi; le distinzioni non valgono”.
La fedeltà al Paese fu molto alta, come d’altronde la devozione alla causa del comunismo internazionale, anche se seppe dire di no allo stesso Stalin rifiutando di abbandonare la guida del PCI per assumere un ruolo di primo piano nelle organizzazioni internazionali comuniste.
Dopo il 1953 la formula centrista entra in crisi e De Gasperi si ritira dalla politica: ci si avvia lentamente verso il centro-sinistra di cui Togliatti vedrà solo la fase embrionale, la lungimirante intuizione di Amintore Fanfani, a cui assicurerà un’opposizione diversa.
La distensione internazionali, negli anni di Papa Giovanni XXIII, di J.F.Kennedy e di N.Krusciov, e la progressiva fine della spinta innovativa e propulsiva del centro-sinistra, faranno aumentare l’importanza dell’elaborazione togliattiana, poi portata avanti da Luigi Longo, della “via italiana al socialismo”, cioè la ricerca di accordo ed il dialogo con laici, socialisti e cattolici.
Togliatti aveva capito la fragilità e l’eterogeneità della democrazia italiana e che per governare alle sinistre sarebbe servito l’appoggio del partito democristiano; la borghesia, se lasciata sola, sarebbe inevitabilmente deragliata a destra come era avvenuto nel 1922.
Togliatti concepiva i partiti come elemento di mediazione e di ricomposizione della società per preservare e rafforzare la democrazia italiana.
In una calda giornata dell’agosto 1964, nel campo pionieri di Artek, in quell’Unione Sovietica che aveva rappresentato una vera e propria seconda patria, la morte scendeva lenta sull’anziano leader comunista che era riuscito a sopravvivere a tre attentati, ma non ad un infarto.
La vita sfuggiva a colui che “sarà ricordato più per i suoi silenzi che per i suoi discorsi” e che “dava del lei anche a se stesso”.
Tutta l’Italia di sinistra esprimeva il proprio dolore partecipando ai suoi oceanici funerali.
Sembra giusto ricordare quell’ora suprema con le parole che ebbe a scrivere Enzo Biagi sull’Europeo nel 1964: “…Nel 1922 rischia di essere fucilato da un plotone di camicie nere; nel 1937, ad Alicante, sfugge miracolosamente ai moschetti dei falangisti che lo hanno messo contro un muro; nel 1948 scampa alle rivoltellate dell’esaltato Pallante. Muore ad Artek, in una dolce, rarefatta aria cecoviana, e la morte lo raggiunge sotto un bosco di betulle, mentre sta facendo un discorsetto in lingua russa ai pionieri del campo. I bambini gli sono sempre piaciuti”.
La figura del leader comunista è stata, negli ultimi anni, oggetto di discussione; chi scrive non può non ritenere Togliatti, a fianco di De Gasperi e di Nenni, uno dei padri della nostra democrazia repubblicana e riconoscersi nelle seguenti parole del già citato Giorgio Bocca, che del segretario comunista è stato incisivo e valido biografo: “Non si capisce Palmiro Togliatti se non si capisce che anche il suo lucido realismo che alcuni chiamano cinismo, il suo intellettualismo, la sua accettazione dei poteri ‘millenari’ delle grandi istituzioni, fossero la Chiesa Cattolica o il grande stato socialista, avevano un senso perché credeva, pensava che stesse sorgendo una società nuova. Sbagliava, ma quanti uomini, quante generazioni hanno commesso un errore simile? E cosa sarebbe la storia degli uomini senza questi errori?”.